Bologna Zerodiciotto
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Foto di diverse bambole Barbie vestite in maniera differente, all'interno di una scatola di cartone
La scatola delle Barbie

Dal libretto di presentazione del festival: 

L’inquadratura dall’alto rivela solo il primo strato delle Barbie depositate nella scatola dei giochi dopo che più generazioni di mamme e di figlie se le sono passate trasformandole, colorandole, agghindandole, mutilandole e ricomponendole. “La messa in scena di una memoria materiale”, la definisce il fotografo Tomaso Mario Bolis, che ancora una volta ha accompagnato il percorso del premio con una sua opera. Al di sotto immaginiamo altri strati di identità reinventate e ricomposte fra ricolorazioni e restyling, arti scambiati e mescolati. “Una scatola delle possibilità”, dice il fotografo. E le possibilità sono quelle del gioco come atto creativo, che al teatro (gioco normato per eccellenza) ha trasmesso lo statuto e i tratti fondanti. La scatola delle Barbie ci parla del gioco come dimensione multigenerazionale, che intrattiene con la realtà un rapporto trasformativo e potenzialmente sovversivo. Il riferimento al film Barbie (2023) di Greta Gerwig ce l’ha suggerito lo stesso Bolis. È Weird Barbie, quella stramba, fuori canone, con i capelli sforbiciati e scarabocchi di pennarello sul viso, a salvare Stereotypical Barbie dai pensieri di morte che improvvisamente l’assalgono, infrangendo l’illusione di perfezione e immutabilità. Il suo suggerimento è un viaggio nel mondo reale, per comprendere il valore del tempo e conoscere la bambina che gioca con lei.

Foto di Tomaso Mario Bolis