Confidenze agli sconosciuti/Fiorire senza radici
presentazione dei libri
Presentazione dei libri Confidenze agli sconosciuti di Laura Morandi e Fiorire senza radici di Caterina Golia (Samuele editore).
Elisabetta Zambon, direttrice della Collana Callisto, incontra le autrici.
Confidenze agli sconosciuti
Un libro di poesie che inizia con una prosa. Non è un paradosso, non in una contemporaneità che insiste nel mettere in discussione i confini tra le scritture in versi e in prosa, ricavandone poco e incartandosi molto. La differenza, qui, sta nel fatto che la prosa iniziale è bellissima. Un breve programma di lettura a fuoco, calibrato; un piccolo manifesto. A questa osservazione bisogna aggiungere che anche il titolo della raccolta, Confidenze agli sconosciuti, è azzeccato ed efficace, molto poco da libro di poesie e quindi molto sincero e immediato. Perché confidarsi davanti a sconosciuti, che in molti casi neppure si possono vedere perché nascosti dall’altra parte del testo, che cos’è se non una delle possibili definizioni di poesia? Con la sua raccolta di esordio, Laura Morandi si inserisce nel solco di una tradizione confessionale e diaristica della scrittura in versi, ma aggiornandola con il punto di vista, le parole e le urgenze di una giovane donna che ha attraversato questo primo quarto di secolo e si è ritrovata, come molti di noi, a stemperare l’entusiasmo per i prossimi quarti che dovranno venire – se tutto va bene.
(da un testo di Marco Bini)
Fiorire senza radici è un titolo molto rischioso, per un libro di poesia, a miglior titolo se si tratta di un libro d’esordio. Infatti, la condizione originaria della poesia – soprattutto oggi che si moltiplicano le scritture e s’impoveriscono le letture – è proprio quella di radicarsi in una tradizione, in una lingua e nell’avventura individuale (tanto storica quanto psicologica, beninteso) di un soggetto sensibile. Ma Caterina Golia mostra in questo libro una tale capacità di equilibrio stilistico e di varietà tematica che il paradosso insito nel titolo si capovolge in un’indicazione di lettura decisamente preziosa e giustamente liminare. Caterina gioca qui, soprattutto nella parte iniziale del libro, l’altra carta rischiosissima di un dialogo diretto con Leopardi: la sua è dunque una poesia che intreccia sistematicamente pathos e pensiero, strappo e ricucitura, e il riferimento a Leopardi non è mai letterario né esistenziale né tantomeno ideologico, ma pienamente conoscitivo, grazie anche a una lingua poetica sottratta a qualsivoglia eco arcaizzante di matrice petrarchesca e proiettata semmai nell’esperienza tragicamente e angosciosamente novecentesca di una Sylvia Plath, sullo sfondo di un afflato religioso (nella chiave etimologica del riconnettere) che giunge fino alla preghiera dell’ultima parte.
(da un testo di Alberto Bertoni)